USA 2016 Programmi dei candidati. Una genesi che cambia (di nuovo).

Si è tenuto lo scorso 21 settembre, presso il Centro Studi Americani, l’appuntamento sui programmi dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti, guidati da Hillary Clinton per i Dem e da Donald Trump per repubblicani. Hanno partecipato al dibattito relatori di primissimo piano come il Prof. Maurizio Vaudagna, il Dott. Roberto Menotti e il Consigliere della Presidenza del Consiglio, Antonio Funiniciello.

Un dibattito, di alto profilo, che ha analizzato i contenuti dei programmi di entrambi i candidati, partendo dalla genesi dei due schieramenti politici. Dal lato Repubblicano,  sono state fatte alcune analogie con la figura del Presidente Ronald Reagan, 40° Presidente degli Stati Uniti, Attore, ma già Governatore dello stato della California, noto per aver avviato la “rivoluzione” all’interno del suo partito introducendo idee e proposte molto distanti dalle idee dell’epoca. Reagan proponeva come cura allo stato di salute dell’america soluzioni di tipo “neo liberali”, contro il new deal, contro le teorie economiche di keynes e contro il welfare state, riducendo il potere del governo federale in favore del mercato e delle imprese private.

Tale “svolta” fu dettata dalle modificate esigenze degli elettori, un élite moderata molto attiva nel Sud degli Stati Uniti che dagli anni 60 si stava spostando verso il partito democratico; in risposta a questa emorragia, Reagan punta a trasformare il suo partito, di opposizione, su nuovi valori con molta fermezza e scarsa volontà di mediazione.

La figura di Trump, per certi versi, raccoglie questa eredità lasciata da Reagan, assumendo posizioni e concetti molto contrastanti con le idee repubblicane, ponendosi più vicino a quel ceto medio-basso bianco, che a causa dei mutamenti economici vede perdere potere di acquisto, tutele e in qualche misura anche il futuro. Trump parla alla pancia di migliaia di americani che vedono “sottrarsi” lavoro da immigrati, che percepiscono una america meno sicura e meno forte. Queste sono le ricette che lo hanno portato ad essere il candidato alla presidenza del partito repubblicano, seppur inizialmente come candidato impossibile, come accadde a Reagan, nato politicamente vicino al partito Democratico (stessa analogia), che promette una nuova america, intesa come Fortezza, che strizza l’occhio a Putin e che ieri ha avuto un lungo confronto con il Presidente Israeliano, a cui ha assicurato la necessità di garantire sicurezza nella regione.

Tutti temi, che giorno dopo giorno, continuano a dare sempre più forza ad un candidato non voluto dal proprio partito, che potrebbe, invece, fungere da innovatore di un partito che al suo interno non ha saputo trovare un candidato.

Dal lato Democratico, invece, troviamo una donna tenace, forte e con una grande esperienza, prima come first lady, figura non di facciata, ma di sostanza, in quanto ha diritto ad un suo staff e svolge politica attivamente, con a cuore, da sempre, il tema  della riforma sanitaria (promossa da Obama, di cui è stata segretario di Stato), già senatrice del complesso Stato di New York – in sostanza una donna che conosce profondamente il meccanismo e  cosa vuol dire amministrare. A differenza del suo contendente propone una America più aperta, che combatta i grandi problemi di disuguaglianza sia razziale che salariale.

Una donna che ha ottenuto già un grande risultato, quello di ricompattare il partito con l’obiettivo di “rimanere” alla Casa Bianca, azione, di suo, molto complessa, essendo pochi i casi che si ricordano in cui lo stesso partito è rimasto alla guida del Paese per tre mandati consecutivi.

Sconta, però, una condizione di partenza che porta il nome di Obama, potrebbe dirsi “un po’ ammaccato”, giudicato per il suo operato in questi 8 anni e che ha visto Hilary una sua diretta collaboratrice. Ma la strategia di comunicazione in campo sta trasferendo un messaggio chiaro: Farò meglio e diversamente.

La battaglia adesso si gioca sulla partecipazione, tema fondamentale e come sempre alla base di ogni campagna elettorale americana e non. Oggi la Clinton dovrà spronare al massimo i propri elettori, che per fare la differenza dovranno recarsi al voto, puntando sul suo “zoccolo duro”, essendo molto difficile ” strappare” voti ad outsider.

Oggi ci sarà il primo dibattito televisivo dei due candidati, durante il quale si dovranno affrontare pubblicamente in una battaglia non all’ultimo tweet, ma su temi concreti che dovranno convincere i propri elettori a sostenerli al seggio.

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